Consumo digitale: l’uomo come prodotto

Qualche mese fa ho inviato ad alcuni followers, su Instagram ma anche su Facebook, un piccolo questionario da svolgere, senza spiegare di cosa si trattasse.
Ora posso svelarlo.
Era un questionario per l’esame di Epistemologia dei nuovi media per scrivere una tesina che come base aveva la coscienza di massa sulla digitalizzazione.
L’esame è andato molto bene, tanto di lode!

Ecco dunque che oggi, con molto piacere, vi rendo pubblici alcuni stralci della mia tesina.

Per la stesura di questo elaborato ci tengo a ringraziare pubblicamente:
Bocconi Editore per ‘Nichilismo digitale: L’altra faccia delle piattaforme’ di G. Lovink,
Il Mulino per ‘Se il lavoro si fa gig’ di C. Crouch
Bollati Boringhieri per ‘Capitalismo immateriale: Le tecnologia digitali e il nuovo conflitto’ di S. Quintarelli.

Prefazione

Questa analisi vuole offrire uno spunto di riflessione e fare il punto della situazione sul consumo digitale che ha come centro l’uomo in quanto prodotto, promuovendo una coscienza di massa della digitalizzazione basata sulla conoscenza delle informazioni che cediamo alle piattaforme digitali, con particolare attenzione al cambiamento che tutt’ora stiamo vivendo attraverso una accelerazione dell’innovazione.
In tempi avversi come la pandemia, Covid19, si sta promuovendo una maggiore digitalizzazione nella quale gli utenti si sentono consumatori di un prodotto gratuito ma in realtà ne sono le merci.
Se è vero questo, quanti di noi ne sono pienamente coscienti?
Questa ricerca si pone l’obiettivo di dimostrare la reale disinformazione e impreparazione che la nostra società ha sugli strumenti digitali.
A partire dall’analisi dell’homo oeconomicus nella storia fino a oggi, si approfondirà sulla nascita di una nuova società nell’era digitale e quindi del capitalismo che sta attraversando questo momento, con un discorso che avrà come focus l’uomo in quanto prodotto.
Attraverso un questionario rivolto e svolto da utenti della rete si potrà comprendere come la conoscenza del digitale sia scontata, così tanto che pochi conoscono gli aspetti oscuri della rete.

Dalla visione lockiana al nostro presente

John Locke [1689], filosofo inglese, vissuto a cavallo tra il XVII e XVIII secolo, affermò che l’essere umano in quanto individuo è solo e isolato.
Tuttavia, la relazione, quindi la vita associata tra gli individui, si ha nel momento in cui viene siglato un contratto.
Con questa visione incentrata sull’anthropos, Locke apre alla concezione dell’altro percepito come mezzo e strumento di vantaggio di una relazione basata sulla quantificazione e sulla monetizzazione.
Questi sono i termini con cui il filosofo inglese definisce l’homo oeconomicus.
Quantificare, monetizzare e valorizzare sono le condizioni sufficienti e necessarie delle relazioni umane.
Come rilevato, dalla visione lockiana, lo schema dell’intellegibilità dell’homo oeconomicus fa ricorso al tema quantitativo, riducendo tutta la realtà in termini di valore.
Quindi, i soggetti stessi sono esseri equiparati.
Ogni giorno facciamo uso di oligopoli digitali che accrescono, ad ogni utilizzo, il nostro valore in termini relazionali, tra gli utenti, e in termini economici il valore delle aziende dietro le piattaforme. […]
Gli hashtag, o aggiungere un luogo, sono azioni che ci aggregano, da un utente isolato si costituisce un gruppo di utenti coeso grazie agli interessi rilevati da un algoritmo.
Lovink [2019], nel suo recente libro, spiega di questo aspetto perverso e di come appena smettiamo di cliccare, navigare e scorrere i likes, ci resta solo un senso di noia e di vuoto.
Nel momento in cui noi non consumiamo, dove con il termine ‘consumare’ si intende ‘utilizzare’, siamo automaticamente espulsi dalla società.

Capitalismo digitale

Con l’avanzare della tecnologia digitale, quindi dell’evoluzione del sistema basato sulla quantificazione e la valorizzazione, si è assistito a un decentramento dell’economia.
Gli esseri umani sono diventati degli introiti economici che favoriscono alle aziende il guadagno.
Sono tante e diverse le critiche che si sono aperte riflettendo sulla monetizzazione effettiva di internet.
Il cyberspazio, conosciuto come “l’insieme delle risorse informatiche e dei siti web” [Wikipedia], è uno spazio aperto e apparentemente gratuito.
Tra le due parole: ‘aperto’ e ‘gratuito’, come individua Lovink [2016], c’è una netta differenza.
Il gratuito è diventato un elemento di speculazione per le piattaforme.
Il loro successo si fonda sugli utenti considerati dei dipendenti, perciò dei creatori di contenuti, questi non guadagnano ma invece i programmatori sì.
Stefano Quintarelli [2019], con il ‘Capitalismo immateriale’, riflette sul dissipamento delle cose fisiche divenute digitali nell’Internet of things aprendo ad uno scenario di capitalismo differente dal passato, nel quale ogni cosa è usufruibile da tutti e il risultato è l’interconnessione di massa.

La coscienza di massa sulla digitalizzazione

A scuola ci insegnano a leggere, a scrivere e a contare, ma non ci spiegano nulla sulla tecnologia. Siamo noi che quando cresciamo iniziamo a maneggiare i dispositivi elettronici.
Ci chiamano generazione digitale, ma di digitale conosciamo ben poco. Siamo capaci di navigare su Facebook, di pubblicare contenuti su Instagram e di mettere gli hashtag giusti su Twitter, ma di queste piccole icone, sui nostri smartphone, sappiamo veramente poco.
Non è, dunque, per cattiveria ma è per analfabetismo digitale il modo in cui agiamo sul cyberspazio cedendo molte, alcune volte troppe, informazioni alle terze parti. La nostra società dovrebbe aprirsi a una collettivizzazione dello spazio digitale, insegnando fin da subito quali sono i pericoli e quali i potenziali della rete.

Per comprendere la reale coscienza degli utenti è stata svolta una ricerca sull’uso e la conoscenza dei dispositivi digitali.
Il campione della ricerca è stato configurato lanciando ripetuti appelli attraverso i social network a partire dalla fine del mese di aprile 2020, invitando i partecipanti a rispondere al questionario con sincerità.
Si è creato un campione di 200 partecipanti, 126 femmine e 74 maschi, compresi tra diverse fasce di età, dai minori di 10 anni a quelli sopra i 60, con un picco nella fascia di età compresa tra i 20 e 40 anni (fig. 1)

Figura 1

È stato chiesto innanzitutto ai partecipanti di indicare, attraverso la scelta tra tre opzioni, da quanto tempo usassero internet e i social network: il 51,5% da più di dieci anni, il 40,5% da circa cinque anni e l’8% da circa due/tre anni (fig.2).

Figura 2

Figura 3

Si è riscontrato che tutti i soggetti del campione hanno sul proprio device applicazioni gratuite (fig.3) .

Conclusioni

Negli ultimi anni studenti, lavoratori, ricercatori e molte altre personalità della società hanno sottolineato una attenzione particolare verso la digitalizzazione, promuovendo nell’ambito digitale una vera e propria istruzione.
Gli utenti, come dimostrato dal questionario proposto, sono carenti di informazioni riguardo i propri device.
Ogni giorno sfamiamo, attraverso i nostri dati, le applicazioni e i colossi di internet. Cediamo un numero inconsapevolmente grande di informazioni che vengono elaborate e vendute in un vero e proprio mercato degli affari.
Internet ha irrotto nella nostra vita diventando il nostro amico in ogni momento della giornata e animando anche quelli più bui e delicati, come si è notato per l’epidemia Covid19.
Siamo all’interno di un vortice che è difficile chiudere perché sennò la nostra vita ne risentirebbe e soprattutto le relazioni con gli altri.
Se ci fosse una sensibilizzazione della tecnologia digitale fin dalla tenera età, probabilmente, saremmo più responsabili e l’utilizzo che ne faremmo sarebbe nettamente diverso.

Crounch [2019] afferma che: “È chiaro che andremo incontro a un considerevole sconvolgimento mentre il progresso tecnologico distrugge i vecchi mestieri e ne creerà di nuovi” [Crounch, 2019, 60]
Siamo di fronte a un moto inarrestabile, dobbiamo sempre ricordare che siamo esseri umani e come tali abbiamo bisogno di relazioni fisiche e di provare delle emozioni.
Non siamo algoritmi, non siamo piattaforme e neanche macchine e pertanto non riusciremmo a vivere come tali, perché come abbiamo provato durante la quarantena, noi abbiamo la costante necessità di sentirci liberi.
Questa libertà la dobbiamo difendere dalla pervasione della tecnologia digitale, attraverso una collettivizzazione della conoscenza.
Solo da quel momento potremo chiamarci generazione digitale.

Bibliografia

  • Crouch C. (2019), se il lavoro si fa Gig, Il Mulino, Bologna.
  • Locke J. (2001) Secondo trattato sul governo. Saggio concernente la vera origine, l’estensione e il fine del governo civile, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli.
  • Lovink G. (2016) L’abisso dei social media, Egea, Milano
  • Lovink G. (2019) Nichilismo digitale: L’altra faccia delle piattaforme, Egea,Milano.
  • Quintarelli S. (2019) Capitalismo immateriale: Le tecnologia digitali e il nuovo conflitto

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