La luce della legalità

La figura del Pubblico Ministero, nell’ordinamento giuridico Italiano, può essere definita sui generis, perché è considerata sia una parte processuale identica a quella della difesa, cioè dell’avvocato che difende una persona a cui viene posta un’accusa, da verificare della sua verità nel corso del processo.
Dall’altra appartiene è considerata parte magistrale ed è chiamato, il Pubblico Ministero, non tanto, come nel mondo anglosassone, a formulare soltanto un’accusa, quindi a sostenere un’accusa nei confronti di un soggetto al quale si contesta un comportamento contrario alla legge, previsto dal codice penale, quanto piuttosto di accertare la verità.
Tant’è che nel mentre cerca di ricostruire i fatti processuali, per dare un significato al capo di imputazione trovandone il suo contenuto, verifica, anche, che il soggetto cui è imposta una condotta che emerge non esser stata tenuta ha solo il diritto ma soprattutto il dovere di chiedere per lui l’assoluzione.
Ecco perché in Italia non è stata prevista dal legislatore, nonostante ad un certo punto abbia nell’88 tentato di riformare il codice di procedura penale, una divisione della magistratura requirente da quella giudicante; dal giudice che fa le indagini e sostiene poi la tesi accusatoria nel processo, dal soggetto terzo che è appunto il giudice che si costruisce attraverso la logica deduttiva la valutazione delle prove portate in giudizio dal pubblico ministero e dall’avvocato difensore e cerca il più possibile di rendere una risposta con una sentenza che sia la più inerente alla verità dei fatti e quindi una sentenza che sia giusta.
Ciò viene spiegato dall’avvocato Francesco Rosa, Francesco è nato a Crotone il 20 giugno 1967 e all’età di 27 anni consegue la laurea in Giurisprudenza da qui in poi intraprendendo la carriera da avvocato.

La giustizia, secondo Francesco Rosa, potrebbe essere una serie di cose, inizialmente la risposta positiva ad un dovere creato dalla norma alla quale tu sei sottoposto, ma chiaramente se questa fosse la definizione di giustizia sarebbe riduttiva perché la giustizia impone una riflessione in ambito filosofico su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sul dovere del dare significato alle azione di ogni giorno per uniformarle ad un azione positiva e quindi aspettarsi un mondo migliore, in cui tutto e tutti si riconoscono in una dimensione in cui è dato ad ognuno, nel rispetto dell’altro, di affermare la sua personalità nel rispetto della individualità, per tentare di aver costruito un mondo migliore in cui se stesso si riconosca e nel riconoscere se stesso riconosca anche gli altri.
Se il significato di giustizia viene dato come Pubblico Ministero, allora piuttosto che una definizione bisogna raccontare una serie di cose, che sono state la riflessione di Francesco nel corso della sua attività, quando è stato nominato: “Che fare per esser giusto? applicare pedissequamente la norma o porsi la norma là dove essa è apparentemente non conforme ai principi della giustizia, intesa come giustizia rappresentata nel dettato costituzionale e considerare l’uomo prescindendo dalle sue azioni e separare l’uomo dalle sue azioni che in quel momento sei chiamato a giudicare?”, qual è quindi la maniera per orientarsi nel cammino di questa professione, così delicata che impone il rispetto assoluto per la legge, ma tuttavia dell’assoluta considerazione della norma e non intende mai dimenticare che la norma ha di fronte un uomo che ne è destinatario? Francesco, ci spiega che lui per dare risposta a queste due situazioni si sforza ogni giorno, ogni tanto possono essere conflingenti e non bisogna dimenticare che, lui, ha il compito di fedeltà alla norma e allo Stato e lo sforzo che intende rappresentare è il richiamo più possibile alla verità, valutando, tenendo conto della situazione di chi necessita la tutela, ma non dimenticando mai che dietro l’imputato c’è un uomo, cercando di allontanare il senso della vendetta e della derisione personale cercando di corrispondere a tutti quello che gli è dovuto per legge.

A questo punto ho chiesto a Chiara Carabellese, una mia amica, compagna di classe, il significato di giustizia.
Secondo Chiara la giustizia è un’utopia perché non si raggiungerà mai una cosa completamente giusta, la giustizia è il saper applicare le leggi e le regole a tutti e allo stesso modo, cercando così di esercitare il più uniformemente possibile le norme che il nostro Stato ci impone.
Però a questo interviene l’avvocato Rosa dicendo che ciò potrebbe essere riduttivo e ingiusto, perché il rischio di corrispondere a tutti l’uguale a volte può essere la chiave di una disuguaglianza, nel concetto universale di giustizia dei greci,  Honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere. tradotto in sintesi fare giustizia per i greci concetto elaborato da tutte le altre società e mai stato smentito perché considera l’unità nella diversità e considera il diverso modo di guardare a motivo dell’unità che per fare giustizia bisogna rendere a ciascuno il suo, non arrecando danno a nessuno, comprendendo che la mia libertà e disponibilità all’esercizio della mia individualità hanno un unico limite quello del danno altrui.

Che cosa è la legalità?

Francesco: «Ti racconto un aneddoto, mio padre è stato un militare, un uomo molto onesto che quando arrestava una persona tornava a casa e diceva:”poverino”, cercando di vedere che cosa era successo e perché era diventato in quel modo. Una volta gli dissi due cose:”tu prospetti la grandezza della legalità, ognuno di noi deve fare le cose per bene, però poi guardi il mondo e io per comprare un paio di pantaloni devo vedere quando è il momento di poterlo farlo in casa e chi invece vive di illegalità ha una disponibilità in qualunque momento. Non mi prospetti quando mi dai il senso della legalità una vita migliore e più bella, perché chi vive illegalmente si permette una serie di cose che chi vive legalmente no.”. Mio padre mi disse che io avevo spostato il tiro, avevo mal compreso, non poteva non considerare che la prevaricazione a volte è un valore più alto della giustizia e della legalità, ma che quello che io rappresentavo era il fatto che la legalità non si fosse realizzata e che se la legalità fosse realizzata noi avremmo potuto vivere di legalità e avremmo costruito un mondo migliore e più ricco per tutti a cui a ognuno era dato, in ragione delle sue necessità e tutti avremmo avuto le medesime capacità. Un’altra affermazione, quando iniziai questo lavoro di pubblico ministero dissi a mio padre:” ma come farò io a sperare che a queste persone a cui darò una pena non ce l’avranno con me?” lui disse:” vedi, tu devi fare una cosa, devi rispondere alla legge e alla tua coscienza nella maniera più opportuna, ma devi avere l’umiltà del rispetto della persona in tutte le dimensioni nel processo, avendo sempre al riguardo dell’umanità, all’imputato usa sempre un linguaggio dovuto, sii rispettoso e se ti sforzerai di essere corretto, ricordati che anche in certi ambienti tu godrai del rispetto per la legalità».

Chiara: «La legalità riguarda tutti gli individui, secondo me si tratta dell’essere leale in tutto e in tutte le persone. Se una persona è leale e rispetta la legge è una persona legale, però non è vero che se una persona è legale ha dei vantaggi perché molto spesso le persone che vivono nell’illegalità hanno molti più vantaggi e più possibilità. La legalità deve partire dal singolo individuo, dovendolo fare per noi stessi. Se una persona è onesta non ha rimorsi e non pensa a ciò che ha commesso».

Francesco:«Io penso che la legalità sia quel faro che ti permette ogni momento di non dimenticare che ragioniamo dell’uomo e quando ragioniamo di esso, ragioniamo della sua umanità, della sua dignità e della sua libertà, ragioniamo della sua responsabilità. Se questi costrutti si bilanciano tra di loro, perché il faro ci deve condurre verso l’uomo, alla fine avremmo fatto legalità, realizzando e riconoscendo l’uomo. Questo riconoscimento, che può sembrare una stragrande capacità che può comportare un grandissimo impegno, infondo si traduce nel piccolo dovere quotidiano e nel fare ognuno quel piccolo che ogni giorno siamo chiamati a fare. Se ogni giorno non dimentichiamo chi siamo e facciamo quello che è il nostro quotidiano, probabilmente avremmo fatto molto di più che l’applicazione di un teorema di qualsivoglia natura o di un costrutto di natura psico-filosofica, perché è vero riempire il minuto con 60 secondi di opere compiute vale più che essersi prefigurato un teorema ad una costruzione di un grattacielo futuro.»

 

Ringrazio il professore e avvocato Francesco Rosa e Chiara per aver tenuto questo dibattito costruttivo, che ci ha permesso di immergerci nel significato di giustizia e legalità, due parole molto usate in questi giorni.

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